Leggo sul Corriere che anche Celentano, che si è autoassegnato il ruolo di moralizzatore e influenzatore dell’italico pensiero (questo ci meritiamo, poche storie), è contro (come Ferrara, come Bagnasco, e come tanti altri benpensanti del cazzo) la battaglia del padre di Eluana Englaro.
Mi fa piacere pensare a questa Chiesa Cattolica, e a tutti i teodem, e a tutti gli atei devoti, e a tutti gli stupidi generici, che non muovono manco un sopracciglio contro la pena di morte, contro le devastazioni che accadono a qualche centinaio di km da casa nostra, ma alzano il loro ditino giudicante contro un uomo che, solo, ha affrontato per 16 anni la visione e l’assistenza di una figlia che, ridotta a vegetale, si sta spegnendo lentamente. Che non c’è già più, perché il suo esserci non è essere. E che, nel pieno rispetto della legge degli uomini, che è l’unica legge che conta, ha deciso di porre fine a un calvario. Non voglio neanche pensare a cosa significhi dover affrontare un simile dramma. Nemmeno voglio pensare cosa significhi rassegnarsi all’idea che quella che hai davanti è una figlia che non ti dirà mai più ciao, che non parlerà con te, che non ti manderà più a cagare, che, semplicemente, è solo un contenitore fisico di un cervello che non funziona più. Che è finta, che è un simulacro.
Ma penso che tutti quelli che dicono che sia ingiusto staccare la spina, che sia ingiusto abortire un feto gravemente malato, lo facciano solo perché parlano di cose che non conoscono.
Perché a parole siamo tutti bravi e misericordiosi. A parole.
Non vi dico dove vi dovreste mettere quelle bottiglie d’acqua, no, non ve lo dico.
lalaura




